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L’84% DEI RAGAZZI NON SALTA MAI I PASTI: GENITORI MENO VIRTUOSI DEI FIGLI

Cosa può fare la differenza nello stile di vita dei giovani? Carattere, educazione o semplicemente il buon esempio? Una ricerca dell’Osservatorio Nestlé – Fondazione ADI ha paragonare le abitudini fra le generazioni e all’interno del nucleo famigliare. Lo scenario emerso è interessante e utile per orientare istituzioni ed educatori: i figli risultano più bravi dei genitori quanto a numero di pasti giornalieri e regolarità: l’84% dei ragazzi non salta mai pasti, l’89% fino ai 13 anni, e l’85% fino ai 18 anni fa sempre la prima colazione.

La convivialità, invece, è ancora una sconosciuta. I ragazzi non vivono lo stare a tavola come un momento di condivisione, anzi, per il 33% stare a tavola è prettamente una necessità fisica. «Le difficoltà – commenta il Giuseppe Fatati, coordinatore scientifico dello studio e presidente della Fondazione ADI – iniziano quando si tratta di passare dal concetto di pasto come mero nutrimento e appagamento dello stomaco all’idea della tavola come momento di condivisione e convivialità, valore condiviso ancora dal 59% del campione. Su questo aspetto i telefonini, pc e televisione giocano un ruolo troppo influente per i più giovani durante i pasti: non si tratta solo di buona educazione ma di un’abitudine a stare altrove e a non percepire il gusto, il piacere e la varietà del cibo, con le conseguenze correlate che emergono in seguito”.

Ben 1 ragazzo su 5 utilizza il cellulare a tavola, in particolare le femmine, e solo 2 su 3 parlano con gli altri commensali. Ma il dato più indicativo è che sia il 72% degli adulti sia il 73% dei ragazzi guarda la tv durante i pasti! «Per avere una visione d’insieme in merito allo stile alimentare degli italiani, attuale e prossimo – commenta Fatati – è fondamentale analizzare anche i dati dei più giovani in modo che sia lo stesso genitore a rendersi conto di quanto il suo esempio possa rispecchiare quello delle nuove generazioni e avviare un circolo virtuoso che non può partire solo dalle istituzioni».

«È ormai chiaro – continua Fatati – che la risposta cerebrale agli stimoli alimentari può essere diversa da individuo a individuo, influenzare i comportamenti alimentari e dagli stessi essere influenzata. Tale risposta può risentire anche degli impulsi ambientali e della capacità soggettiva di mediarli. L’uso distratto di innumerevoli frammenti di informazioni può farci perdere la capacità di concentrazione e ragionamento anche riguardo ad una funzione fondamentale come l’alimentazione».

Prima e dopo la maturità tutto cambia

Quanto si è seminato fino ai 17 anni sarà il raccolto degli anni a venire, almeno fino a che non si passerà a una fase più adulta di recupero e valorizzazione. Dai 17 anni infatti si inizia a saltare i pasti (almeno due volta alla settimana per il 10%), a perdere l’abitudine allo spuntino e si inizia a mangiare fuori casa, 1 o 2 volte alla settimana per il 36% del campione. «Questo – spiega Giuseppe Fatati – causa un cambiamento nelle dinamiche della propria dieta. Mangiare fuori casa comporta uno sforzo in più per riuscire a trovare tempo e luogo per assumere un pasto equilibrato.

Si inizia quindi ad alterare il regime alimentare della giornata senza neppure compensare con una maggiore convivialità. Soprattutto vengono modificati i bioritmi temporali che coinvolgono funzioni essenziali come quella del sonno. Si mangia tardi, si rincasa tardi, si dorme di meno. Spesso al pasto fuori casa corrisponde una riduzione della qualità e della quantità del sonno che è una delle cause eziopatogenetiche del sovrappeso».

Percezione di sé: insoddisfazione e scarso intervento

Dai dati emerge che i genitori riescono al meglio nel loro compito di trasmettere e favorire uno stile di vita attivo: i figli dedicano almeno il doppio di ore allo sport (più di quattro ore alla settimana) rispetto ai genitori. Tuttavia il valore e il significato dello sport si perde progressivamente e ogni due anni la frequenza cala di mezz’ora circa. Con l’aumentare dell’età, infine, il 39% dei ragazzi sceglie di fare palestra.

«È importante – aggiunge Fatati – non sottovalutare questa tendenza. Secondo i dati dopo 17 anni i giovani iniziano a fare attenzione a calorie e porzioni e cambiano il loro approccio all’attività fisica. La palestra, per quanto utile, non può sostituirsi ai valori tipici dello stile di vita attivo che ha un impatto positivo non solo sul fisico ma sulla crescita psico-sociale dell’individuo. La palestra, alcune volte, indica soltanto la focalizzazione soggettiva e parziale all’aspetto esteriore del fisico mentre è importante educare i giovani ad un concetto di buona salute e benessere più complesso che implica sia il cibo, sia lo stile di vita, sia il tempo libero».

Non a caso secondo i dati dell’indagine a 17 anni ben il 32% del campione si dice poco o per niente soddisfatto del proprio peso, il 30% delle femmine si ritiene in sovrappeso e solo il 5% in sottopeso. A conferma di ciò l’attenzione dei ragazzi al proprio peso aumenta con l’età (solo il 41% dei 17-18enni non controlla mai il proprio peso, a 11-13 anni sono il 62%).

Genitori e famiglia restano, fino ai 18 anni, il punto di riferimento per l’educazione alimentare per oltre il 60% dei ragazzi: un chiaro invito a mantenere salda la presa e il proprio ruolo, attraverso l’esempio e la costanza, per sostenere i giovani quando vengono naturalmente investiti dai cambiamenti della crescita, da nuovi ritmi e nuovi contesti.

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