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USA, NEI FAST FOOD SI IGNORA LA DIETA SANA

In barba alla cultura dell’alimentazione sana, due nuovi rapporti compilati da ricercatori del Nutrition Research Center on Aging della Tufts University mostrano minimi cambiamenti nelle porzioni dei fast food e nelle formulazioni dei relativi prodotti alimentari tra il 1996 e il 2013. I risultati della ricerca – riferisce l’Adnkronos – sono pubblicati sulla rivista Preventing Chronic Disease, edita dai Centers for disease control and prevention (Cdc) Usa.

Guidato da Alice Lichtenstein, il team ha analizzato il contenuto calorico, di sodio, di grassi saturi e grassi trans dei menu più popolari serviti in tre catene di fast food americani tra il 1996 e il 2013. Scoprendo che la media di calorie, sodio e grassi saturi è rimasta relativamente costante, e a livelli elevati. L’eccezione si è registrata solamente per i grassi trans nelle patatine fritte, in costante calo.

«Per fare un esempio – spiega Lichtenstein – nelle tre catene, le calorie totali per un pasto composto da cheeseburger, patatine fritte e bibita regular si sono aggirate da 1.144 a 1.757 nel corso degli anni e nei diversi ristoranti, rappresentando dal 57% all’88% delle circa 2mila calorie che si dovrebbero introdurre in un giorno. Questo non lascia dunque molto spazio di manovra per il resto della giornata».

Secondo i dati dei nuovi studi, il contenuto calorico del pasto a base di cheeseburger nelle tre catene rappresenta oggi dal 65% all’80% dell’introito energetico quotidiano, mentre il contenuto di sodio rappresenta dal 63% al 91% della raccomandazione giornaliera. Le linee guida americane consigliano agli adulti di limitare l’assunzione di sale a un massimo di 2,3 milligrammi al giorno. A seconda della catena, tra il 1996 e il 2013 mangiando un unico cheeseburger si introducono da 1,1 a 1,45 mg di sodio, che rappresentano il 48-63% dei limiti di riferimento.

Lichtenstein e colleghi si sono concentrati anche su altri alimenti popolari nei fast food: patatine fritte, pollo e cola regolare, alla ricerca delle tendenze degli ultimi 18 anni. Utilizzando un database pubblico e internet per accedere ai dati, gli esperti hanno rilevato solo piccole fluttuazioni nel contenuto calorico e nella quantità di grassi saturi e sodio.

L’eccezione sono le patatine fritte, nelle quali si è ridotto dal 2001 il contenuto di grassi saturi e poi di grassi trans, probabilmente a causa di modifiche nell’olio per friggere. «Da quello che abbiamo sentito – concludono gli autori – alcune catene di fast food stanno andando nella direzione di nuove opzioni più sane. Se sfruttate, potranno aiutare ad aderire alle raccomandazioni dietetiche».

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